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Assegno di Divorzio: cosa è e come funziona. Guida breve

Area legale: Famiglia

Introduzione e finalità.

Anche quando non esiste più un legame affettivo e legale tra i coniugi, tra marito e moglie possono esistere ancora degli obblighi economici.

A determinate condizioni, che indicheremo di seguito, il coniuge economicamente forte può essere obbligato (o impegnarsi volontariamente), al pagamento di un contributo economico mensile a favore del coniuge economicamente più debole. Tale contributo economico prende il nome di assegno divorzile.

Per comprendere la funzione dell’assegno divorzile ed i suoi presupposti è opportuno rispondere ad alcune domande.

In particolare, nel seguito dell’articolo verrà chiarito:  cos’è l’assegno di divorzio, quale coniuge ha diritto all’assegno divorzile, quali sono le condizioni ed i criteri che determinano il diritto all’assegno divorzile, quali le modalità di pagamento e quando il pagamento è escluso o termina.

Indice

  1. Cos’è l’assegno di divorzio
  2. Differenza tra assegno di mantenimento nella separazione e assegno divorzile
  3. Quando ed a chi spetta l’assegno di divorzio
  4. Le condizioni ed i criteri per il riconoscimento dell’assegno divorzile
  5. Assegno divorzile una tantum
  6. Modifiche o revoca dell’assegno divorzile
  7. I patti matrimoniali

 

1. Cos’è l’assegno di divorzio

L’assegno divorzile è il pagamento che uno dei due coniugi effettua a favore dell’altro coniuge  - in via continuativa e periodica - di un contributo economico di natura primariamente assistenziale.

L’assegno divorzile può essere riconosciuto da un provvedimento del Tribunale, che decide con sentenza il procedimento di divorzio giudiziale, o stabilito da un accordo spontaneo tra i coniugi in sede di divorzio consensuale.

Per riguarda la procedura giudiziale, la legge sul divorzio individua i criteri che il Tribunale deve valutare, per decidere sull’assegno divorzile.

Il Giudice in tale sede deve tenere conto:

  • delle condizioni dei coniugi;
  • delle ragioni che hanno portato al divorzio;
  • del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune;
  • del reddito di entrambi.

Valutati insieme questi criteri, e tenuto conto della durata del matrimonio, il Tribunale “dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.” (1)

Nel prosieguo del presente articolo approfondiremo come tali criteri non siano gli unici da tenere in contro per la determinazione dell’assegno divorzile.  

È inoltre possibile e frequente che, anche per evitare le lungaggini ed incertezze della causa giudiziale, il coniuge più facoltoso riconosca spontaneamente il diritto dell’altro coniuge a ricevere un contributo mensile e periodico a titolo di mantenimento e le parti si accordino sull’entità dell’assegno e sulle modalità di erogazione (divorzio consensuale).

 

2. Differenza tra assegno di mantenimento nella separazione e assegno divorzile

La mancata richiesta o assegnazione, in sede di separazione, dell’assegno di mantenimento al coniuge, non esclude che in sede di divorzio possa essere comunque richiesto l’assegno divorzile (2).

Esaminiamo brevemente le differenze tra i due distinti contributi economici.

Nel linguaggio comune si crea spesso confusione tra assegno di mantenimento ed assegno divorzile, riunendo erroneamente entrambi gli strumenti sotto la voce “mantenimento”.

Sono due strumenti diversi e non necessariamente dipendenti l’uno dall’altro.

L’assegno di mantenimento è dedicato esclusivamente alla separazione.

L’assegno divorzile, invece, si ritrova solo nel contesto del provvedimento che scioglie il vincolo coniugale: cioè il divorzio.

In regime di separazione, infatti, pur venendo meno alcuni obblighi della coppia (tra gli altri, si estinguono il dovere di coabitazione e quello di fedeltà), il matrimonio è ancora esistente.

Per tale ragione è possibile che al coniuge con un reddito più elevato o con possibilità economiche, finanziare e/o patrimoniali superiori all’altro coniuge, venga imposto un obbligo di pagamento, basato sul dovere di solidarietà ancora dipendente dall’esistenza del matrimonio e dei relativi doveri e sulla sola differenza dei redditi.

Come sopra detto, invece, con il divorzio si estingue (3) il matrimonio e le ragioni di un eventuale riconoscimento dell’assegno divorzile sono distinte da quelle che giustificano l’assegno di mantenimento di separazione, non trovando spiegazione nella solidarietà matrimoniale.

La distinzione più incisiva tra i due strumenti è data dall’utilizzazione, nella determinazione dell’assegno di mantenimento (in sede di separazione) del criterio del tenore di vita.

Tale criterio, invece, non è più utilizzato, per determinare l’ammontare dell’assegno divorzile, che risponderà ai parametri qui di seguito specificati.

 

3. Quando ed a chi spetta l’assegno di divorzio

Come sopra accennato l’assegno divorzile è uno strumento che deriva solo dal divorzio dei coniugi.

Il riconoscimento dell’assegno non è però automatico: il diritto a riceverlo non sorge per il solo fatto che la coppia abbia divorziato, non è predeterminato l’ammontare e nemmeno è prestabilito a quale coniuge (se al marito o alla moglie) spetti.

Ogni matrimonio - e di riflesso ogni divorzio - ha una storia a sé.

Ogni rapporto infatti è caratterizzato da differenti equilibri economici, ricchezze, ruoli lavorativi della coppia, che incidono sulla formazione della ricchezza familiare, sulla formazione del patrimonio dei singoli coniugi, sul distinto contributo che ogni coniuge ha dedicato alla cura della famiglia.

È quindi necessario stabilire dei criteri che orientino la coppia (in caso di divorzio consensuale) o il Tribunale (in caso di divorzio giudiziale), nell’accertare se sia dovuto l’assegno divorzile e, nel caso, il suo ammontare.

Fino a pochi anni fa era ritenuto criterio prevalente per la determinazione dell’assegno divorzile il famoso tenore di vita della coppia.

Il tenore di vita portava a riconoscere un assegno al coniuge meno favorito economicamente, così da garantirgli lo stesso stile di vita tenuto durante il matrimonio (viaggi, livello dell’abitazione, conservazione delle relazioni sociali, status).

Pertanto, se un coniuge – da solo – non avesse avuto abbastanza ricchezze, per garantirsi lo stesso tenore di vita del matrimonio, ben poteva richiedere al marito o alla moglie un contributo periodico per conservarlo.

Una recente e innovativa sentenza (4) ha completamente modificato questo schema.

Oggi, il tenore di vita non è più elemento utilizzato dai Tribunali, per stabilire il diritto all’assegno di mantenimento.

Sono quindi stati individuati nuovi criteri.

L’assegno divorzile non ha più (solo) natura assistenziale, ma anche perequativa-compensativa. Cioè, in linea generale, ha la funzione anche di riequilibrare il rapporto economico tra i due coniugi in favore di quello economicamente più debole, a condizione che quest’ultimo abbia comunque attivamente contributo alla formazione del patrimonio familiare. Ad esempio occupandosi della gestione domestica.

 

4. Le condizioni ed i criteri per il riconoscimento dell’assegno divorzile.

La sentenza sopra citata (vd. nota n. 4) ha definitivamente superato il criterio del tenore di vita e ha specificato i criteri da utilizzare per l’accertamento dell’assegno divorzile che qui di seguito si sintetizzano:

  • l’inadeguatezza dei mezzi economici del coniuge richiedente l’assegno o comunque della impossibilità oggettiva di procurarseli;
  • uno squilibrio economico (differenza di redditi, patrimonio immobiliare, risparmi) tra i due coniugi;
  • tale squilibrio di redditi sia connesso e dipendente (nesso causale) e quindi dovuto ai sacrifici che il coniuge meno abbiente abbia fatto, per essersi dedicato pressoché integralmente alla famiglia e avvantaggiando la carriera (e quindi le ricchezze) dell’altro coniuge; “è il caso del coniuge che ha dedicato quasi integralmente la propria vita alla famiglia e alle esigenze dell’altro coniuge, permettendo a quest’ultimo di dedicarsi integralmente alla propria carriera. (5)
  • l’assenza di capacità lavorativa o di produrre reddito del coniuge richiedente.

Il criterio per stabilire, prima delle altre considerazioni, se il coniuge richiedente abbia dei mezzi adeguati a sostentarsi dopo la fine del matrimonio si fonda sulla  valutazione delle seguenti voci:

  • titolarità di un reddito
  • proprietà di immobili
  • titolarità di beni mobili (liquidità, conti correnti)
  • capacità lavorativa
  • proprietà di una abitazione

L’assegno divorzile non ha quindi perso la sua natura anche assistenziale, ma il suo riconoscimento richiede - oggi- un esame più articolato e la valutazione di ulteriori voci.

L’obiettivo attuale dell’assegno divorzile è quindi conseguire un “livellamento economico” tra i redditi dei divorziati, se la disparità economica è stata determinata da delle scelte di vita condivise dai coniugi, scelte che  abbiano sacrificato la capacità economica del coniuge richiedente.

***

È importante segnalare che, se delle ricchezze del coniuge più facoltoso abbia già beneficiato il coniuge richiedente l’assegno allora viene meno la “nuova” esigenza “perequativa-compensativa”. Si tratta delle ipotesi in cui, ad esempio, i coniugi si sono divisi in sede di separazione parte del patrimonio generato solo dal lavoro del coniuge “più ricco”. Oppure può trattarsi del caso in cui è stato già trasferito al coniuge richiedente l’assegno un immobile appartenente al coniuge più facoltoso o comprato con i denari di quest’ultimo.

In tal caso, infatti, il coniuge che si ritiene essere meno abbiente avrà già equilibrato nel corso del matrimonio quella differenza economica e patrimoniale alla base della richiesta dell’assegno.

Per tale fattispecie, la richiesta dell’assegno divorzile è certamente meno fondata e può verosimilmente, essere respinta.

 

5. Assegno divorzile una tantum

Abbiamo detto come l’assegno divorzile consista in un pagamento continuativo e periodico (a cadenza mensile) a favore del coniuge che ne abbia diritto.

La modalità di erogazione dell’assegno, tuttavia, può essere differente, con non irrilevanti conseguenze sotto altri profili legali.

I coniugi in sede di divorzio possono, infatti, accordarsi nella corresponsione di una somma che soddisfi tutti i criteri sopra specificati (assistenziale, perequativo, compensativo) in una unica soluzione.

È il caso dell’assegno divorzile una tantum.

Di norma - con il pagamento in unica soluzione - il coniuge che lo riceva, rinuncia a successive richieste di tenore assistenziale, così definendo in un unico momento i rapporti economici tra gli ex coniugi.

Scegliere di definire i rapporti economici tra i coniugi comporta tuttavia delle conseguenze significative su altri profili legali, quali:

  • il diritto alla pensione di reversibilità per il coniuge beneficiario dell’assegno; (6)
  • il diritto a richiedere (se ne sussistano gli altri presupposti) l’assegno sociale;
  • il diritto alla quota del 40% del tfr (trattamento di fine rapporto lavorativo) dell’altro coniuge parametrata alla dura del matrimonio.

Nel caso in cui, dopo il divorzio, uno dei due ex coniugi venga a mancare, l’ex coniuge sopravvissuto ha diritto a richiedere la pensione di reversibilità, se titolare di un assegno di mantenimento.

Se l’assegno di mantenimento è escluso in favore di una precedente liquidazione una tantum delle somme, al coniuge beneficiario è preclusa la possibilità di richiedere la pensione di reversibilità.

Quanto all’assegno sociale, (riconosciuto ai cittadini di almeno 67 anni di età e con un reddito annuo inferiore ad € 5.977,79) alcune sedi territoriali dell’INPS non lo riconoscono, se il richiedente non abbia almeno richiesto prima l’assegno divorzile e/o se abbia deciso di riceverlo con una liquidazione una tantum.

Chi percepisca pertanto già un assegno divorzile, inferiore all’importo mensile dell’assegno sociale (circa € 460.00/mese), può richiedere l’assegno sociale nella misura che costituisca il delta tra l’importo dell’assegno divorzile e il tetto massimo della pensione sociale.

Ad esempio, il coniuge che percepisca € 200.00 al mese di assegno divorzile, potrà richiedere l’assegno sociale per € 260.00/mese circa.

Il pagamento con la soluzione una tantum esclude anche che l’ex coniuge richiedente, quando ne ricorrano le condizioni, possa richiedere la quota di tfr del coniuge divorziato.

È quindi molto importante ponderare bene la modalità di pagamento dell’assegno divorzile, valutandone le conseguenze, per evitare di vedersi penalizzati rispetto ad altri, possibili e distinti, benefici.

 

6. Modifiche o revoca dell’assegno divorzile

Non perda del tutto le speranze, il coniuge tenuto al pagamento dell’assegno divorzile.

L’assegno non è necessariamente senza limiti di tempo.

Possono verificarsi determinate condizioni, in forza delle quali l’obbligo di versare l’assegno viene meno o che comportino una riduzione dell’importo originariamente determinato.

Vediamo quali.

  • Nel caso in cui l’ex coniuge convoli a nuove nozze (7).
  • Nel caso in cui l’ex coniuge trattenga una convivenza stabile e continuativa, tal da fare pensare di aver creato un nuovo nucleo familiare.
  • Nel caso in cui vengano meno i requisiti necessari per il riconoscimento dell’assegno divorzile, ovvero ad esempio l’inadeguatezza dei mezzi di sussistenza (per aver, ad esempio, il coniuge beneficiario conseguito una occupazione lavorativa con un reddito elevato).
  • Nel caso in cui la situazione reddituale/patrimoniale del coniuge pagante subisca un significativo decremento.

In tali ipotesi l’ex coniuge pagante potrà ricorrere al Tribunale, per richiedere la revoca dell’assegno divorzile oppure per richiederne la riduzione.

La revoca del diritto all’assegno divorzile ha un effetto definitivo.

Se per i motivi sopra elencati all’ex coniuge beneficiario viene revocato l’assegno, ad esempio per aver contratto nuove nozze, le successive vicende della sua vita non possono determinare una “reviviscenza” dell’assegno revocato. Quindi, per tornare all’esempio, se successivamente alle nuove nozze si separa o divorzia nuovamente, l’obbligo all’assegno divorzile non si riattiva automaticamente.

 

7. I patti matrimoniali

È opinione abbastanza diffusa che i coniugi, già in sede di separazione e comunque prima del procedimento di divorzio, possano accordarsi ed impegnarsi con un certo anticipo anche sulle condizioni dell’assegno divorzile.

Questa convinzione è errata. (8)

I nostri Tribunali considerano tutt’ora illeciti e quindi non efficaci questo tipo di accordi.

Le condizioni di divorzio, e quindi lo stesso assegno divorzile, possono essere determinate solo contestualmente alla procedura di divorzio stessa e mai prima.

Infatti, fintanto che non sia pronunciato il divorzio sono in vigore i diritti matrimoniali, di natura indisponibili (quindi non derogabili dai coniugi).

In concreto, i diritti derivanti dal matrimonio non possono essere oggetto di totale rinuncia da parte dell’uno o dell’altro coniuge.

Questo schema è ben sintetizzato dalla seguente, recente sentenza: Gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico-patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio, sono invalidi per illiceità? della causa, perché? stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità? dei diritti in materia matrimoniale” (9)

È possibile che in un breve-medio termine gli accordi “in vista” del divorzio possano avere un riconoscimento, così come i c.d. patti prematrimoniali (pure illeciti, ad oggi).

Tuttavia, nel contesto attuale, i coniugi che intendano divorziare devono ancora tenere presente che se vogliono regolamentare l’assegno divorzile, dovranno aspettare… il divorzio.

 

 

 

Autore: Avvocato Fabrizio Tronca

Aggiornamento: 15 febbraio 2020

 

 

 

______________________________________

Bibliografia e note

 

  • 5 L. 898/1970

Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.

  • Cassazione civile sez. I, 29/01/2019, n.2480

La mancata richiesta di assegno di mantenimento in sede di separazione non preclude di certo il suo riconoscimento in sede divorzile, ma può rappresentare un valido indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi alle condizioni economiche dei coniugi.

 

  • Civ. Sez. I, n. 11504/2017 (Sentenza “Grilli”)

Il parametro del "tenore di vita" - se applicato anche nella fase dell'an debeatur - collide radicalmente con la natura stessa dell'istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale - a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all'art. 143 cod. civ. -, sicchè ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo sia pure limitatamente alla dimensione economica del "tenore di vita matrimoniale" ivi condotto - in una indebita prospettiva, di "ultrattività" del vincolo matrimoniale.

  • , sez. un., Sent. n. 18287/2018.

Ai sensi della L. n. 898 del 1970art. 5, comma 6, dopo le modifiche introdotte con la L. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell'assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi o comunque dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l'applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all'età dell'avente diritto.

e

All'assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa. Ai fini del riconoscimento dell'assegno si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all'età dell'avente diritto. Il parametro così indicato si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l'unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo. Il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell'unione matrimoniale.

  • Nota alla sentenza Sezioni Unite, Cass., Civ. n. 18287/2018. dell’Avv. Carlo Rimini.
  • civ. Sez. Unite, Sent., n. 22434/2018

Ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità in favore del coniuge nei cui confronti è stato dichiarato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, la titolarità dell'assegno di cui all'art. 5 della l. n. 898 del 1970, deve intendersi come titolarità attuale e concretamente fruibile dell'assegno periodico divorzile al momento della morte dell'ex coniuge e non già come titolarità astratta del diritto all'assegno divorzile già definitivamente soddisfatto con la corresponsione in unica soluzione. In quest'ultimo caso, infatti, difetta il requisito funzionale del trattamento di reversibilità, che è dato dal medesimo presupposto solidaristico dell'assegno periodico di divorzio, finalizzato alla continuazione del sostegno economico in favore dell'ex coniuge, mentre nel caso in cui sia stato corrisposto l'assegno "una tantum" non esiste una situazione di contribuzione economica che viene a mancare

  • L’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicché il relativo diritto resta definitivamente escluso. Cassazione civile sez. VI, Sent. n.406/2019
  • 25 gennaio 2012, n. 1084; Cass. 28.1.2008, n. 1758; Cass. 5 marzo 2006, n. 5302; Cass. 11 giugno 1981, n. 3777 e Cass. civ. n. 2224/2017 “Gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico - patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall'art. 160 c.c. Pertanto, di tali accordi non può tenersi conto non solo quando limitino o addirittura escludano il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente dette esigenze, per il rilievo che una preventiva pattuizione - specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio - potrebbe determinare il consenso alla dichiarazione della cessazione degli effetti civili del matrimonio. La disposizione dell'articolo 5, ottavo comma, della legge n. 898/70 nel testo di cui alla legge n. 74/1987 - a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile  può avvenire in un'unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico - , non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione , dovendo essere interpretati "secundum ius", non possono implicare rinuncia all’assegno di divorzio.”
  • 30 gennaio 2017, n. 2224

 

 

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